Difesa
Una migliore difesa nazionale per una migliore difesa comune europea
Indice pagina
Difesa
Armonizzazione degli armamenti e revisione dei rapporti euroatlantici
Ufficio Comitati Scientifici di Riforma e Progresso
Curatore della proposta: Raffaele Borrelli
L’obiettivo della proposta è quello di creare una nuova industria europea al fine di favorire una maggiore integrazione e interoperabilità delle forze armate europee, in un contesto segnato dal progressivo disimpegno degli Usa dal Vecchio Continente e dalla presenza di minacce militari e attacchi ibridi da parte di un attore revisionista come la Russia.
SINTESI
L’Europa e il caos: agire o subire le scelte altrui
Negli ultimi anni, l’evoluzione dello scenario geopolitico globale ha riportato in primo piano il tema della difesa comune e della necessità di rafforzare le capacità militari dei Paesi membri dell’Alleanza Atlantica. In particolare, la guerra in Ucraina, le tensioni con la Russia, la crescente instabilità nel Mediterraneo allargato e l’espansione delle minacce ibride e cibernetiche hanno contribuito ad alimentare il dibattito sull’opportunità di aumentare le spese militari. La svolta è avvenuta con il secondo mandato di Donald Trump, che ha accentuato una volontà americana di disimpegnarsi dai tradizionali scenari internazionali per concentrarsi sulla ricostruzione interna e sull’emergente potenza cinese. La tendenza era in atto già durante la presidenza Obama, che ha più volte fatto riferimento alla dottrina del “leading from behind”, ma con Trump gli USA hanno riscritto le regole del gioco: l’uscita dall’OMS e i dazi sono un segno della decisione di non ricoprire ulteriormente un ruolo di poliziotto globale laddove non sia di loro interesse.
Gli Usa non abbandoneranno l’Europa, ma bilanceranno il loro impegno internazionale con le risorse a disposizione e con la necessità di contrastare la Cina. Ciò che devono fare gli europei è iniziare a sviluppare un’autonomia strategica; per farlo bisogna investire per la difesa dopo anni di protezione sotto l’ombrello americano. Già nel vertice del Galles del 2014 la NATO aveva ribadito l’obiettivo di destinare almeno il 2% del PIL nazionale alla difesa. Negli ultimi mesi si discute della possibilità di aumentare tale percentuale fino al 5%, proposta che ha suscitato numerose reazioni, anche in Italia, dove un tale livello di spesa militare implicherebbe un impatto rilevante sulle finanze pubbliche e sulle priorità di spesa. In ogni caso il riarmo è necessario soprattutto alla luce del contesto geopolitico attuale, caratterizzato da un ritorno del conflitto convenzionale su scala europea e da un crescente impiego di nuove (e meno nuove) tecnologie belliche su aree urbane o densamente abitate. Uno sviluppo drammatico, che mette in luce la necessità di adoperarsi concretamente per dare priorità alla sicurezza dello spazio aereo nazionale. Su un concreto piano di investimenti, e di rapporti commerciali con i partner comunitari, l’Italia deve agire rapidamente per dotarsi di un sistema di difesa moderno, nonché sostenibile sotto il profilo operativo, economico e industriale.
Urge inoltre un riposizionamento a livello strategico dell’Italia nel Mediterraneo, regione che ha cominciato a perdere gradualmente importanza agli occhi degli Stati Uniti con la conclusione tutt’altro che positiva del “momento unipolare” seguito alla Guerra Fredda e ideologicamente caratterizzato anche da forme di regime change come visto in Iraq. In questo scenario l’Italia ha cercato di alternare la partecipazione a queste missioni con il mantenimento e il rinnovo delle proprie relazioni verso i paesi della Sponda sud. Tra questi ricordiamo in particolare Tunisia, Libia e Egitto. Questo periodo è stato però segnato da alcune mancanze strutturali a livello politico e strategico. Il caso libico è stato indicativo: l’Italia ha osservato impotente la perdita della propria egemonia a Tripoli, travolta dalle iniziative anglo-francesi e americane contro Gheddafi, dovendo poi partecipare in extremis per evitare ulteriori danni ai propri interessi economici. Il conflitto ha portato alla frammentazione del Paese, ora dominato da milizie in ambito urbano e tribù all’esterno. Ma soprattutto ha permesso a numerosi attori regionali e globali di coltivare i propri progetti egemonici sfruttando il conflitto mai sopito. I paesi occidentali hanno dimostrato incapacità e disinteresse nell’affrontare la questione. La Francia si è dimostrata incapace di riempire il vuoto libico, in parte sopravanzata dall’arrivo di attori tanto agguerriti quanto spregiudicati come la Russia e la Turchia. Gli Stati Uniti hanno invece dimostrato disinteresse per lo scenario, dando priorità agli equilibri mediorientali e, più recentemente, a quelli asiatici. Tale approccio si è ulteriormente evoluto nell’American First di Trump, tentativo di riposizionamento strategico frainteso come follia dell’inquilino di turno della Casa Bianca.
Nonostante questo scenario, la guerra in Ucraina ha aperto nuove opportunità per l’Italia per attuare una seria mediterranea, fattore imprescindibile non solo nella prospettiva dei nostri rapporti energetici e securitari, ma soprattutto per il nostro stile di vita. La nostra eccessiva dipendenza economica, ma anche culturale, dai paesi più continentali ci ha condotto a trascurare la dimensione marittima. Paradossalmente, essendo l’Italia un paese esportatore, risulta dipendente dall’importazione di materie prime, che vengono ancora trasportate principalmente via mare. Eventuali minacce verso questo sistema possono avere importanti ripercussioni sulle nostre attività, quindi sulla nostra vita quotidiana. L’esempio degli attacchi da parte del gruppo yemenita Houthi, con l’impatto sulle rotte marittime, è in tal senso significativo.
Il presente contributo va a analizzare i cambiamenti dello scenario internazionale, allo scopo di individuare e mettere in evidenza alcune appropriate strategie per il prossimo futuro data l’impossibilità di affidarsi esclusivamente alla protezione americana, che nel corso del tempo è destinata a ridursi. Peraltro la proposta ha come obiettivo anche quello di sviluppare una strategia per l’Italia, chiamata a responsabilizzarsi dopo che per anni la protezione è stata garantita da attori esterni ormai non più completamente affidabili. Al fine di realizzare questi propositi, non potranno essere trascurate né la pressione dell’opinione pubblica, né le gravi sfide interne che affliggono i paesi europei.
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Difesa
Operare per il rafforzamento della sicurezza aerea sul territorio nazionale
Ufficio Comitati Scientifici di Riforma e Progresso
Curatore della proposta: Lorenzo Lena
SINTESI
Nell’attuale contesto geopolitico, caratterizzato da un ritorno del conflitto convenzionale su scala europea e da un crescente impiego di tecnologie a basso costo come i droni, la sicurezza dello spazio aereo nazionale rappresenta una priorità imprescindibile. In conseguenza di quanto si sta delineando nel campo della tecnologia militare, con gli evidenti riflessi sulla vita quotidiana e sulla sicurezza di intere aree urbane, l’Italia è chiamata a dotarsi di un sistema di difesa aerea moderno e sostenibile, sotto i profili operativo, economico e industriale.
Questa necessità va a declinarsi – come si dimostrerà con l’impiego di esempi concreti dall’attualità internazionale – nella realizzazione di un sistema di difesa che sia stratificato e flessibile e garantisca le seguenti priorità:
· protezione delle infrastrutture civili e militari da attacchi aerei e missilistici;
efficace contrasto di minacce asimmetriche, in particolare per l’impiego di droni;
interoperabilità con i sistemi utilizzati dai Paesi alleati, UE o NATO.
I risultati più urgenti sono pertanto i seguenti:
perfezionare e aumentare il numero dei sistemi esistenti;
rafforzare la ricerca sulle contromisure all’utilizzo di droni come vettore di minaccia;
investire nel comparto industriale attraverso sinergie europee, derivate da alleanze politiche.
NB: in questo studio non sono trattati i casi, confermati o meno, di violazione degli spazi aerei di numerosi Paesi europei (Polonia, Romania, Germania, Danimarca, Svezia) avvenuti nella seconda metà del 2025. Questo perché lo schema di lavoro era già stato impostato e sviluppato e si è ritenuto di non inserire in corso d’opera ulteriori argomenti da approfondire.
Risulta comunque evidente come si tratti di avvenimenti che non possono non rafforzare il tema di fondo di quanto esposto nelle seguenti pagine.
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