Economia e Tasse
Equità, proporzionalità e riduzione delle tasse
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Economia e Tasse
RAZIONALIZZAZIONE DELLE TAX EXPENDITURES - COME TROVARE SOLDI PER LE RIFORME
Ufficio Comitati Scientifici di Riforma e Progresso
Curatore della proposta: Giacomo Scotton
Come trovare fondi per fare le riforme (senza aumentare le tasse né fare nuovo debito) e al contempo risolvere le iniquità e storture legate alle spese fiscali
SINTESI
Oggi in Italia esistono centinaia di agevolazioni fiscali (bonus, crediti d’imposta, detrazioni e deduzioni) – le cosiddette tax expenditures – che riducono il gettito fiscale dello Stato per oltre 118 miliardi di euro l’anno. Molte di queste misure sono utili e socialmente giuste, ma molte altre sono invece ingiuste, inutili, frammentate, poco trasparenti, costose e spesso finiscono per favorire pochi contribuenti e soprattutto chi ha redditi più alti. Il risultato è un sistema complesso, difficile da controllare e molto oneroso per le casse pubbliche.
La nostra proposta parte da un principio semplice: aiutare chi ha davvero bisogno, rendere gli incentivi più mirati ed equi, semplificare il sistema e liberare risorse che potrebbero essere usate per ridurre le tasse, finanziare la ricerca, la sanità pubblica, l’istruzione, e molto altro.
Il primo pilastro è l’applicazione del metodo Feldstein, che pone un limite massimo al valore complessivo delle agevolazioni fiscali di cui ciascun contribuente può beneficiare, modulato in base al reddito: fino al 4% per i redditi più bassi, 3% per quelli medi e 2% per i più alti. Alcune voci sociali, come spese mediche, disabilità, scuola e affitto della prima casa, resterebbero escluse da questo limite per proteggere le famiglie più vulnerabili.
Il secondo pilastro è la revisione delle agevolazioni edilizie come Superbonus, ecobonus, bonus ristrutturazioni e sismabonus. Questi strumenti hanno permesso molti interventi, ma con costi altissimi per lo Stato e diversi casi di abuso. La nostra proposta è di ridurre gradualmente le aliquote e sostituire una parte di questi bonus con prestiti a tasso agevolato erogati dalla Cassa Depositi e Prestiti (come avviene in altri Paesi come la Germania), eventualmente accompagnati da un contributo a fondo perduto solo se si raggiungono certi risultati (come un salto di classe energetica o l’adeguamento antisismico). In questo modo si mantiene il sostegno agli interventi utili, ma senza scaricare tutto il costo sul bilancio pubblico.
Infine, proponiamo di eliminare agevolazioni poco giustificate o residuali, come la detrazione degli interessi sui mutui per la seconda casa, la deducibilità IRAP per alcune imprese, e centinaia di micro-bonus che costano poco singolarmente ma che, sommati, pesano oltre un miliardo l’anno.
Grazie a queste misure, lo Stato potrebbe recuperare tra i 43 e i 51 miliardi di euro ogni anno, da reinvestire per ridurre il cuneo fiscale, sostenere le famiglie e finanziare infrastrutture e servizi pubblici.
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Economia e Tasse
LA TASSA GIUSTA SUI GRANDI PATRIMONI
Ufficio Comitati Scientifici di Riforma e Progresso
Curatore della proposta: Giacomo Scotton
In Italia il sistema fiscale continua a gravare soprattutto su lavoro dipendente e pensioni, mentre grandi patrimoni e rendite contribuiscono spesso in misura inferiore rispetto alla loro reale capacità contributiva. Questo mette in discussione il principio di progressività fiscale previsto dalla Costituzione. Chiedere un contributo maggiore a chi dispone di più ricchezza non è solo una questione di equità, ma anche di efficienza economica e di tenuta democratica. Non si tratta di essere contro la ricchezza, ma di affermare un principio semplice: a parità di diritti, le responsabilità fiscali devono essere commisurate alla capacità economica di ciascuno.
SINTESI
Il sistema fiscale italiano è rimasto sostanzialmente immobile per decenni su un punto fondamentale: la ricchezza accumulata è tassata molto meno del reddito prodotto con il lavoro. Mentre lavoratori dipendenti e pensionati contribuiscono in modo puntuale e trasparente attraverso l’IRPEF, i grandi patrimoni beneficiano di un regime frammentato, lacunoso e spesso regressivo.
Vari studi mostrano che in Italia il sistema fiscale diventa regressivo ai vertici della distribuzione: i contribuenti più ricchi finiscono per pagare, in proporzione, meno di fasce di reddito molto più basse.
Questa riforma introduce una tassa molto limitata e progressiva sui grandissimi patrimoni, cioè solo su chi possiede ricchezze davvero straordinarie. Non colpisce la classe media, non tocca i piccoli risparmi, non tassa la prima casa fino a una soglia molto alta e tutela le imprese familiari e i beni necessari all’attività economica. L’obiettivo è semplice: chiedere un contributo più giusto a chi ha di più, in un Paese dove oggi il lavoro dipendente e le pensioni sopportano ancora il peso maggiore del fisco.
Sebbene questa proposta sia importante e attesa, non è sufficiente da sola a risolvere il problema dell’iniquità del sistema fiscale italiano. Per restituire al sistema tributario italiano una progressività reale, coerente con il dettato dell’art. 53 della Costituzione, servono almeno altri due interventi complementari che questa proposta non disciplina ma che indica come necessarie: una riforma completa dell’IRPEF e un riequilibrio dell’IRES.
La presente proposta è costruita con regole precise per essere seria e applicabile: prevede soglie alte, aliquote moderate, una valutazione chiara dei beni, strumenti contro l’elusione, una tutela per chi ha patrimonio ma poca liquidità e un coordinamento con le imposte già esistenti, così da evitare doppie tassazioni inutili. In questo modo la riforma non punisce chi crea o possiede ricchezza, ma richiede soltanto un contributo proporzionato alla ricchezza posseduta. Questa proposta è davvero equa e non un “assalto alla diligenza contro i ricchi”.
Una regola semplice: paga di più chi ha di più, e solo su ciò che supera la soglia. La proposta è costruita per essere seria e applicabile. Ha soglie alte, aliquote moderate, regole chiare per valutare i beni, strumenti contro l’elusione e una tutela per chi ha patrimonio ma poca liquidità. Si coordina inoltre con le imposte già esistenti, così da evitare doppie tassazioni. Non punisce chi crea o possiede ricchezza: chiede un contributo proporzionato a quanto si possiede.
Chi è coinvolto: circa 1 adulto su 200. L’imposta riguarda lo 0,5% dei contribuenti, circa 250.000 persone, con un patrimonio netto superiore a 2,3 milioni di euro. Tutti gli altri non pagano nulla.
Come funziona: aliquote per scaglione, solo sulla parte eccedente. Nessuno paga una percentuale sull’intero patrimonio:
- 1% sulla parte tra 2,3 e 8 milioni di euro;
- 2% sulla parte tra 8 e 20,9 milioni;
- 3% sulla parte oltre 20,9 milioni.
Chi ha 2,5 milioni di patrimonio paga l’1% solo sui 200.000 euro che superano la soglia, cioè 2.000 euro l’anno. Sotto i 10 milioni l’aliquota effettiva resta sotto l’1%.
Chi non paga. La prima casa non viene conteggiata (fino a 300.000 euro di valore). Sono esclusi anche i beni strumentali all’attività d’impresa direttamente gestita e i fondi pensione. Una famiglia con la casa in cui vive, i risparmi di una vita e magari una seconda casa, per un valore complessivo sotto i 2,3 milioni, non paga un euro.
Equa e sostenibile per chi ha poca liquidità. Chi ha un patrimonio importante ma poco denaro disponibile può pagare a rate o chiedere una sospensione. Quanto già versato per IMU, IVAFE e IVIE viene scomputato, per evitare doppie tassazioni. Un’exit tax e regole sui trust impediscono di aggirare l’imposta spostando la residenza all’estero o intestando i beni a strutture di comodo.
Quanto può rendere: una stima prudente. Stimiamo un gettito tra 15 e 22 miliardi di euro l’anno, con un valore centrale intorno ai 18. È un’elaborazione di Riforma e Progresso basata sugli scenari Oxfam, non un dato ufficiale. Oxfam stimava circa 23 miliardi allargando la platea allo 0,5% con aliquote più alte delle nostre.
A cosa serve: tutto al taglio del cuneo fiscale. Proponiamo di destinare l’intero gettito alla riduzione delle tasse sul lavoro, cioè più salario netto in busta paga. Distribuiti su circa 18 milioni di lavoratori dipendenti, sarebbero circa 1.000 euro l’anno a testa. Per non promettere più di quanto si incassa, il taglio cresce in proporzione al gettito effettivo, certificato ogni anno.
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